Ufomammut – Idolum (Supernatural Cat, 2008)
19 aprile 2009
Un disco come questo – e come quelli dei colleghi Morkobot e Lento – sembra impensabile che possa essere stato registrato in questo Paese. Il suo sound monolitico, a cavallo tra doom, ambient e drone, è in effetti molto raro da trovare in Italia, se non addirittura in Europa. E il livello musicale è davvero alto, alla pari di lavori dei Sunn O))), e addirittura superiore alle ultime prove dei Melvins.
Proprio ai Melvins di Boris sembra rifarsi l’iniziale Stigma, un crescendo infinito che porta ad un’esplosione tanto rallentata quanto distorta, che quasi sommerge le urla riverberate del bassista Urlo. Se la successiva Stardog sembra riportare gli Ufomammut al suono stoner dei primi lavori, ecco che Hellectric ritorna all’impasto iniziale, su cui però spicca una chitarra psichedelica, che comparirà in più punti dell’album. La splendida Ammonia (con la voce di Rose Kemp) ricorda certo space rock tedesco anni ’70, mentre Nero attacca con un crescendo inesorabile. Da notare inoltre è il geniale uso di samples (dal vivo controllati dal chitarrista Poia), di tempi dispari, molto rari in gruppi di questo tipo, e di sintetizzatori, che creano dei drone inaspettati. E proprio il drone caratterizza la finale Void, che, dopo un’introduzione psichedelica, prosegue con un lungo continuo di Moog fino all’esplosione finale (Elephantom). Da ascoltare a volume altissimo, o meglio dal vivo.
Battles – Mirrored (Warp, 2007)
18 aprile 2009
E dopo l’ultimo degli Animal Collective, ecco un’altra grandiosa uscita recente. I Battles sono una sorta di super gruppo, con membri di Don Caballero, Helmet, Lynx ed un figlio d’arte (Tyondai Braxton, figlio di Anthony), e la miscela di talenti non può che essere esplosiva. Dopo alcuni ep più elettronici (non dimentichiamoci che i Battles sono pubblicati dalla Warp!), ecco il loro primo lp, Mirrored. E l’impasto sonoro lascia letteralmente senza fiato: se batterie e chitarre sono decisamente math (anche se con un uso di loop che non dovrebbe essere permesso per legge!), voci effettate e samples rendono la cosa un pò meno definibile. Ed i pezzi riescono ad essere anche orecchiabili, come il quasi-tormentone Atlas.
Race: In apre l’album con un impasto di batteria e loop di chitarra a cui si aggiunge prima il fischiettio di Braxton, seguito da una linea melodica ad incastro. Da qui in poi le cose si complicano in modo impreedibile. La successiva Atlas è il capolavoro del disco, una melodia vocale assurda su una base quasi elettronica che manda in trance l’ascoltatore per sette minuti. L’altro momento alto dell’album (non che ve ne siano di bassi in realtà) è Tonto, un curioso incrocio tra post rock ripetitivo e dance. In sostanza, Mirrored è meravigliosamente assurdo.
Ci sono alcuni album – e alcuni gruppi – talmente particolari da essere indefinibili. Se già era difficile etichettare gli Animal Collective, con quest’ultimo album l’unica cosa possibile da fare è ascoltare meravigliati e increduli qualcosa di assolutamente originale, diverso eppure ricco di citazioni ed echi dal passato. In Merriweather Post Pavilion convergono infatti sia i momenti più folk (se così possono essere definiti) sia quelli più noise della loro carriera, creando una summa della loro arte ben diversa da Strawberry Jam, che già era stato un capolavoro. Nell’ultimo lavoro a far da padrone è infatti la melodia pop, anche se racchiusa in un insieme quasi cacofonico di percussioni ed elettronica.
Bastano due pezzi per rendersi conto della grandezza di quest’opera. My Girls è una canzone come ce ne sono pochissime, con una melodia diversa da qualsiasi altra, unica si direbbe, ed un gioco di incastri tra le voci degno dei Beach Boys. E che dire di Summertime Clothes? Su una base eletronica pulsante ecco comparire un’altra melodia incredibile, che sembra rubata a Getting Better dei Beatles (il che è tutto tranne che una critica!). Psichedelico e grandioso.
Shellac – 1000 Hurts (Touch And Go, 1999)
12 aprile 2009
Un album che colpisce subito prima ancora di essere ascoltato. Il packaging consiste infatti in un cofanetto di cartone contenente il cd, racchiuso in una custodia che riproduce un oscilloscopio, ed un adesivo per scrivere i titoli delle tracce e la durata (!). E l’album in sé è all’altezza di quel capolavoro di Albini e soci che era At Action Park.
Già le prime due canzoni, Prayer To God e Squirrel Song, colpiscono violentemente l’ascoltatore: il sound è sempre quello a cui siamo abituati, ma i pezzi sono più orecchiabili (anche se i testi sono difficilente digeribili – oppure decisamente ironici: vedi la preghiera in cui Albini chiede – o ordina – a dio “Kill him, fucking kill him”, oppure “This is a sad fucking song” in apertura alla seconda traccia). Mama Gina è fin insolita per gli Shellac, brano lento, teso e trattenuto fino alla violentissima esplosione finale. Se Song Against Itself e Canaveral sono quasi pop (sempre in riferimento agli standard di Albini), New Number Order mostra gli estremi allucinanti e allucinati a cui può giungere il math rock, un continuo rallentamento-accelerazione di tempo.
Nella carriera dei Mogwai questo è certamente il disco più atipico, distaccato com’è dai cliché del post-rock la cui esistenza è dovuto in gran parte ai Mogwai stessi. In Happy Songs For Happy People è spesso in primo piano una componente elettronica che il gruppo abbandonerà presto, portando i pezzi a toccare atmosfere quasi ambient, come nella conclusiva Stop Coming To My House.
Altra caratteristica unica dell’album è la brevità dei pezzi, che solo in tre casi superano i cinque minuti (la più lunga, da otto minuti, è la centrale Ratts Of The Capital, vero nucleo del disco).
L’iniziale Hunted By A Freak è una canzone splendidamente arrangiata per vocoder e gruppo post-rock, con una melodia tanto triste quanto difficile da scordare; le tracce seguenti continuano a flirtare tra i generi fino al crescendo-esplosione della già citata Ratts Of The Capital, il pezzo più simile al classico suono-Mogwai, che però spicca proprio in virtù della sua differenza dal resto dell’album. E a seguire ci sono due gioielli, Golden Porsche, per chitarra classica ed archi (alla faccia dell’elettronica!) e la splendida I Know You Are But What Am I?, un lungo crescendo emotivo guidato dal pianoforte, a cui si aggiungono batterie elettroniche e sintetizzatori.
Swans – Various Failures (Young God, 1998)
12 aprile 2009
Questo doppio disco raccoglie canzoni degli Swans registrate tra il 1988 ed il 1992, appartenenti agli album The Burning World, White Light From The Mouth Of Infinty e Love Of Life, oltre che a progetti paralleli come Skin e a singoli. Anche se l’idea di creare una compilation invece di ristampare i singoli album è francamente opinabile, c’è da dire che Various Failures scorre perfettamente come un’unica opera, e quasi tutti i pezzi migliori di questo periodo degli Swans vi sono racchiusi (anche se ne restano inspiegabilmente fuori canzoni come Love Of Life o No Cure For The Lonely).
Data la natura di questo doppio album, ogni singola traccia è un capolavoro: dall’iniziale Miracle Of Love a The Golden Boy That Was Swallowed By The Sea, passando per le storiche Her, The Other Side Of The World, l’appassionata Love Will Save You, Blind, fino all’esplosione di Better Than You o Amnesia. Persino le tracce minori sono dei piccoli gioielli, come le cover di Black Eyed Dog di Nick Drake o di Love Will Tear Us Apart (nella versione cantata da Jarboe). In chiusura un’interessante versione acustica di New Mind. Consigliatissimo.
Cocteau Twins – Lullabies to Violaine (4AD, 2006)
7 aprile 2009
Con questo quadruplo box-set, la 4AD finalmente ristampa tutti i singoli ed EP dei Cocteau Twins, che coprono un lasso di tempo dal 1982 al 1996. La qualità delle tracce è altissima, e Lullabies to Violaine suona tanto bene da poter essere considerato alla pari dei dischi migliori, come Victorialand o Treasure.
Vista la qualità media delle canzoni presenti, perlomeno nei primi tre dischi, è difficile andare a segnalare le migliori; i dischi infatti scorrono perfettamente dall’inizio alla fine come un flusso continuo che rapisce l’ascoltatore. Il primo cd è quello forse più stupefacente, documenta infatti il progressivo scivolamento del gruppo da un particolarissimo post punk (vedi canzoni come Feather-Oar-Blades o la rabbiosa Hazel) al vero e proprio dream pop (Sugar Hiccup, l’intero ep Sunburst and Snowblind). Punto più alto del disco, la sognante The Spangle Maker, che unisce i pregi di entrambe le fasi.
I tre dischi successivi continuano su questa scia, e per questo motivo ci limitiamo a segnalare Love’s Easy Tears, forse il miglior pezzo del gruppo, ed il sorprendente ep Otherness, contenente quattro brani mixati da Mark Clifford.
Kraftwerk – Minimum-Maximum (EMI, 2005)
7 aprile 2009
Dopo lo splendido ma discusso Tour de France, ecco il live ufficiale del tour del 2004, un doppio disco che racchiude probabilmente il meglio della produzione dei quattro tedeschi. La qualità della registrazione è perfetta, e il pubblico è presente solo in pochi momenti, cosa che avvicina questo disco ad un vero lavoro di studio. Il primo cd, con brani scelti dai concerti di Varsavia, Ljubljana, Riga e altre città europee, presenta buona parte dell’ultimo disco, oltre a splendide versione di The Man Machine, Autobahn e The Model. Vitamin in particolare spicca tra i brani di Tour de France, sei minuti di meravigliosa ipnosi come solo i Kraftwerk sanno fare.
Il secondo cd è una carrellata dei pezzi più famosi, da Radioactivity (basata sulla versione di The Mix, ma ancora superiore) a Trans Europe Express, da Pocket Calculator/Dentaku a The Robots, per chiudere infine con i dieci minuti proto-house di Music Non Stop. Da segnalare anche il DVD del tour, che racchiude i filmati dei concerti, permettendo così di vedere anche le performance visive legate alle singole canzoni.