tempoGli Hash Jar Tempo sono la collaborazione tra il grande Roy Montgomery, storico chitarrista ambient, ed i Bardo Pond, geniale gruppo che oscilla con disinvoltura tra il noise e lo shoegaze. Questo secondo album approfondisce il discorso iniziato con il precedente Under Glass, e suona come un unico flusso di distorsioni ed echi guidato da una stabile ritmica di stampo kraut.

Essendo il frutto di una giornata di improvvisazioni collettive, le sette lunghe tracce non hanno titolo, anche se sono ben differenziate tra di loro e, cosa davvero notevole, non presentano momenti di stanchezza o di calo dell’invenzione. Sono in particolare da segnalare la prima, un lungo e trascinante crescendo su di un solo accordo in cui la chitarra di Montgomery rivela tutta la sua grandezza, e la quarta, forse la più particolare di tutto l’album.

cover_2239152382005Ci sono alcuni dischi che possiedono una freschezza tale da permettere più ascolti successivi senza l’ombra di fatica o noia. Upgrade & Afterlife è uno di questi; bisogna dire che, visti i due componenti del gruppo (David Grubbs e Jim O’Rourke), il risultato era prevedibile. E la splendida copertina rappresenta perfettamente il contenuto dall’album: canzoni letteralmente implose, in cui la forma-canzone assume nuove dimensioni, e lunghi brani strumentali ciclici ed ipnotici.

Se la prima traccia apre il disco con un tono di attesa, la seconda, Rebecca Sylvester, è una canzone obliqua nel tipico stile di Grubbs, che solo dopo ascolti ripetuti rivela la sua struttura perfetta e le sue caratteristiche melodiche. The Sea Uncertain, di nuovo nello stile tipico dell’ex frontman dei Bastro, è un lungo brano per pianoforte e rumori, che continua ad avvolgersi su sé stesso trascinando con sé l’ascoltatore rapito. E l’album continua su queste corde fino al momento più impressionante nella sua cristallina bellezza, la cover di Dry Bones in the Valley di John Fahey eseguita da O’Rourke accompagnato al violino dal grande Tony Conrad, esecuzione che riesce a superare in grandezza l’originale e a lasciare l’ascoltatore sull’orlo delle lacrime.

music_sigur2What you see is what you get: un disco completamente bianco, un libretto formato di sottili fogli semitrasparenti, nessuna parola stampata che non sia il nome del gruppo. Certamente il progetto è molto pretenzioso, ma si sposa perfettamente con la musica contenuta nell’album, 8 tracce senza titolo all’insegna della rarefazione ma anche dell’estrema espressività. Se con Ágætis Byrjun il gruppo islandese aveva adottato un sistema di addizione continua per ogni canzone, aggiungendo quanto più si poteva ad ogni pezzo, creando così dei vei e propri gioiellini orchestrali, con questo () (notare quanto il titolo sia eloquente) i quattro svuotano quanto più possibile le canzoni, stratificandole solo quando strettamente necessario. Il sound rimane pressapoco lo stesso, anche se Jonsi raffina ulteriormente il suo suono di chitarra suonata con l’archetto, aggiungendo dei riverberi che a tratti minacciano di prendere il sopravvento sulle canzoni.

La splendida traccia d’apertura dà il tono a quello che sarà tutto l’album: brani lentissimi, dal punto di vista sia del tempo sia dello svolgimento, ed emozionantissimi. Se la terza traccia ricorda certi lavori minimalisti di Nyman, la quarta, divenuta giustamente la più famosa del disco, è tipicamente Sigur Rós: un inizio rarefatto ed una melodia che non si può scordare facilmente, che si avvolge costantemente su sé stessa per sette minuti. Dopo questa, trenta secondi di silenzio, come a dividere l’album in due unità; ed in effetti è proprio così: se la prima metà è positiva (per quanto possono essere positivi i quattro finlandesi), la seconda metà è un continuo sprofondare nella disperazione. In particolare sono da notare le ultime due tracce, in cui la discesa continua e incessante della penultima viene riflessa dal crescendo e dall’esplosione catartica dell’ultima, unica conclusione possibile per ().

blemish-fullAvviso: questo disco è quanto di più lontano dai Japan David Sylvian potesse fare. Blemish infatti è una sorta di opera per voce ed electronics, con tre intermezzi in cui il cantante è accompagnato dalla magnifica chitarra di Derek Bailey. Nel resto dell’album (tranne che nell’ultima traccia, che ospita Christan Fennesz) Sylvian si presenta da solo, accompagnato da rumori sintetici e chitarre filtrate elettronicamente. L’ altissima qualità delle musiche e – naturalmente – dell’interpretazione sono quanto ci si poteva aspettare dall’ex-cantante dei Japan.

Particolarmente difficile è trovare i pezzi migliori in un disco come Blemish. Le canzoni, a parere di chi scrive, possono essere divise in tre gruppi. Come si è già detto, ci sono tre brevi pezzi in cui la voce di Sylvian è accompagnata dalla chitarra di Derek Bailey. Poi ci sono due canzoni in cui l’accompagnamento è dato dalla chitarra del cantante, e questi sono l’iniziale Blemish e la splendida The Heart Knows Better. Infine ci sono i pezzi in cui i sintetizzatori formano una sorta di tappeto per le melodie della voce, che possono essere frammentarie come nella struggente The Only Daughter oppure malinconiche come in A Fire In The Forest. Late Night Shopping è forse il pezzo più bizzarro, in cui più tracce vocali sono accompagnate da battiti di mani (l’unico parte ritmica in tutto il disco) e rumori elettronici. Blemish certamente non è un disco per tutti, ma possiede una bellezza veramente rara e delle canzoni splendide che lo rendono consigliabile con tutto il cuore.

wire-read_and_burn_03Collocato tra gli ultimi due album, Send e Object 47, questo EP può tranquillamente essere considerato come il ponte che li unisce, diventando, con un’osservazione a posteriori, una sorta di “terza faccia della medaglia”. Se infatti sono ancora presenti tracce più violente, più punk nel senso più ristretto del termine, legate al precedente Send, non passa certo inosservata una maggiore apertura melodica pop, legata a dischi come The Ideal Copy o A Bell Is A Cup Until It Is Struck e anticipatrice del successivo Object 47.

L’iniziale 23 Years Too Late è certamente la più legata all’album precedente, anche se la presenza di sintetizzatori ed il clima meno opprimente (se non proprio allegro) la rendono molto più vicina a vecchi pezzi come Ahead. Our Time, eseguita spesso come apertura negli ultimi concerti, sembra rifarsi addirittura alla trilogia degli anni ’70. No Warning Given è molto più vicina a quello che sarà l’ultimo disco, ma è la conclusiva Desert Diving la vera perla del disco. Basata su una struttura semplice quanto efficace e su una melodia che ricorda Still Shows, riesce ad essere un piccolo capolavoro di melodia pop che solo Colin Newman poteva scrivere.

ovalNonostante abbia ormai quindici anni, questo disco sembrerà sempre alieno. Gli Oval, pionieri del genere glitch, hanno creato un’opera impressionante, sia per la coerenza delle composizioni, sia per la loro qualità, che verrà superata solo dal successivo 94 Diskont. Ma la peculiarità di questo album sta nella fonte di gran parte dei suoni: siamo infatti di fronte al primo caso (e probabilmente anche unico) di dischi preparati. L’album è stato creato montando campioni di alcuni dischi (tra cui, pare, Selected Ambient Works, vol. 2 di Aphex Twin) volutamente danneggiati e rigati, fino a creare sonorità e ritmi assolutamente particolari. Ma questa curiosità tecnica è solo un mezzo, non risulta mai una sperimentazione fine a sé stessa.

Essendo un album così compatto, è difficile analizzarlo brano per brano. In alcuni casi, i titoli dei pezzi parlano da soli (The Politics of Digital Audio, Compact Disc), ma la traccia più rappresentativa del disco è senza dubbio la conclusiva Gabba Nation (titolo chiaramente ironico), un pulviscolo di clic e pad quasi impalpabile.

pan-sonic-kestoDopo due album magnifici come Kulma e A, i due finlandesi Ilpo Vaisanen e Mika Vainio ritornano con un quadruplo album che riunisce ed espande le caratteristiche principali del loro sound. Riunisce ed espande: Kesto è in realtà una sorta di opera enciclopedica, racchiude i diversi stili già presenti negli album precedenti sviluppandoli in ogni direzione possibile, dal caos al silenzio. Per questo motivo i quattro dischi sono molto diversi tra loro, ciascuno rappresenta un diverso aspetto del suono Pan Sonic.

Il primo cd (da notare le splendide fotografie che identificano i diversi dischi) è quello più estremo e violento, in cui ondate di distorsione si sommano a drum machine industriali e ripetitive (come nelle due tracce d’apertura, la breve e distorta Rahina I e Mutaaattori, più simile a certi momenti di Kulma). Non mancano momenti più distesi, come Vahentaja e la quasi dark ambient Lautturi, in cui però la distorsione rischia sempre di prendere il sopravvento. Chiude il disco la bellissima Painovoima, cupa e pesante, molto simile ad alcune tracce dell’album Endless.

Nel secondo cd i due finlandesi abbassano il livello di distorsione e aumentano i riverberi, tornando ad un sound più classico. Non mancano però momenti sorprendenti, come Virtamuuntaja e Arktinen.

Col terzo cd le parti ritmiche scompaiono quasi del tutto, il suono si fa più astratto ed inquietante. Notevole è l’ultima traccia, Linjat, dedicata ad Alvin Lucier e chiaramente ispirata ai suoi esperimenti con battimenti di onde sinusoidali.

L’ultimo cd infine è formato da una sola traccia di un’ora circa, Satelly, in cui grappoli di suoni tenuti cambiano impercettibilmente col passare dei minuti, procedimento che l’avvicina ad alcuni lavori di musica contemporanea di Ligeti e Stockhausen.

In sostanza, ogni lato positivo e negativo dei Pan Sonic è contenuto in questo cofanetto, che, nonostante la qualità non sempre altissima dei pezzi (soprattutto nel terzo cd), può essere tranquillamente considerato all’altezza dei due album precedenti.

frith1Questo disco rappresenta senza dubbio uno degli apici della carriera di Fred Frith, sicuramente all’altezza dei suoi esordi con gli Henry Cow e di alcuni altri suoi dischi da solista. Ma quello che rende Clearing addirittura superiore al suo diretto predecessore, Guitar Solos, è la sua capacità di rapire l’ascoltatore già al primissimo ascolto. Ed il suo punto di forza non sono tanto le caratteristiche puramente timbriche delle chitarre preparate di Frith (ora suonate arpeggiando con l’ebow in Open Ocean, ora percosse e sfregate con oggetti metallici in Chains, ora battute in Minimalism), quanto la grandezza della sua improvvisazione.

Sin dalla prima traccia, White, l’ascoltatore viene trascinato in un mondo rarefatto e costretto ad ascoltare a occhi chiusi; Open Ocean, pur dispiegando un insieme maggiore di mezzi esecutivi, riesce a continuare sulla scia dell’apertura del disco, seguitando a stupire per la pura bellezza del suono e dell’invenzione musicale. Le otto tracce successive proseguono senza cali di tono o di ispirazione fino alla conclusiva Blue, in cui la chitarra acustica di Frith riesce a suonare come una meravigliosa via di mezzo tra la chitarra ‘primitiva’ di John Fahey e l’improvvisazione free-form di Derek Bailey.

Iniziamo questo blog con un album veramente notevole. Dopo un disco interessante ma non eccezionale, ritornano gli Psychic Tv di Genesis P-Orridge con quello che potrebbe essere il loro capolavoro definitivo, persino superiore (almeno secondo chi scrive) ai primi due lavori, Force the Hand of Chance e Dreams Less Sweet, anche se il sound è completamente differente.

La base di questo Mr. Alien Brain è dichiaratamente il rock psichedelico, che permea l’iniziale The Thin Garden, un sorprendente pezzo per chitarra acustica e organo, e la successiva No Good Trying. Proprio questa cover di Syd Barrett getta il ponte tra la psichedelia anni ’60 ed il post-industrial (se così lo si può definire) degli Psychic TV: ad un inizio affidato a Barrett stesso (anche se modificato digitalmente) seguono la voce di Genesis ed una chitarra acustica (un chiaro richiamo a sonorità barrettiane), ma improvvisamente entra l’intero gruppo in una grandiosa esplosione di rumore che trascina il pezzo per i restanti sei minuti.

Le tracce seguenti seguono su questa linea di alternanza (per una volta) imprevedibile tra melodia e rumore, come in Trussed ed in Pickles And Jam, o di ricerca di soluzioni sonore inedite, come il lunghissimo crescendo di The Alien Brain od il delizioso incastro tra samples e basso di I Love You, I Know, dedicata (come il resto dell’album) alla scomparsa metà di Genesis, Lady Jaye Breyer P-Orridge. In Papal Breakdance ed in New York Story (quest’ultima mixata e cantata in parte da Michael Gira), Genesis ci ricorda inoltre di essere un esperto creatore di melodie pop, e le due canzoni potrebbero collocarsi perfettamente sulla scia di pezzi come Godstar oppure Roman P. Infine da segnalare la presenza di altre due riuscite cover di gruppi (guarda caso) di impronta psichedelica come i Velvet Underground ed i 13th Floor Elevators.

Il DVD allegato aggiunge di notevole una bellissima versione live di Roman P, oltre a carrellate di immagini e filmati di Genesis e soci.